venerdì 22 maggio 2009

Le origini della PNL

La PNL nasce nel 1974 all’università di Santa Cruz in California e oggi è ampiamente diffusa a livello mondiale.
In quell’anno due giovani americani, John Grindler, laureato in linguistica e Richard Bandler, laureato in programmazione ed informatica, scoprirono alcuni processi cerebrali. Il loro obiettivo era scoprire i modelli messi in atto da persone di successo, e a questo scopo, esaminarono tre figure molto note a quel tempo.

La prima persona che studiarono fu un ebreo Frederick Salomom Perls, un ebreo tedesco che aveva contribuito a sviluppare e a rendere famosa una derivazione della tradizionale terapia Gestaltica tedesca. Egli si era reso conto che tale terapia era in grado di indurre cambiamenti migliori e piu’ rapidi nei suoi pazienti.

La seconda persona che presero in esame fu Virginia Satir, la psicoterapeuta che creò la terapia della famiglia, basata sul fatto che se uno ha dei gravi problemi per una situazione personale, questa contagia tutta la famiglia. Se la persona va in terapia, può curarsi, ma la famiglia continua a contagiarla.

La terza persona che osservarono fu Milton H. Erickson, inventore della terapia ipnotica o ipnosi clinica. Considerato il piu’ grande ipnotista clinico del XX secolo, egli era famoso per le sue tecniche, al punto che poteva ipnotizzare una persona solo salutandola.

Richard Bandler aveva avuto un’infanzia assai problematica e la consapevolezza di aver subito molti traumi lo portò a seguire una seduta di terapia di gruppo diretta da Perls e da li’ cominciò ad approcciare la Gestalt.

John Grindler conobbe Richard Bandler all’università. Egli pensò di inserire nell’ambito del suo dottorato di linguistica il corso di terapia della famiglia di Virginia Satir. Annoiandosi non poco durante le lezioni didattiche, cominciò a fare delle statistiche e studiò il comportamento di Virginia, scoprendo cose molto interessanti, ad esempio che quando si spostava a sinistra, iniziava con il piede sinistro, muoveva la mano sinistra, la respirazione era toracica….e cosi’ via.

Chiese quindi a Bandler di aiutarlo a informatizzare tutti i dati rilevati. Poi si rivolsero a Gregory Bateson, che si occupava di grammatica trasformativa, secondo il quale il linguaggio nasce dalla grammatica che abbiamo appreso e la qualità della vita è in relazione a questo processo, cioè da essa viene il nostro modo di comunicare e il nostro stile di vita. Quest’ultimo li indirizzò da Erickson.

Dunque, Grindler e Bandler registrarono, analizzarono e studiarono a fondo Perls , Satir ed Erickson e scoprirono che tutti e tre facevano le cose in modo inconscio.
Si chiesero allora : se Virginia Satir o Perls avevano avuto gli stessi insegnati, avevano vissuto nello stesso ambiente e trovato le stesse condizioni dei loro ex-compagni, perché non si erano prodotte tante Virginie Satir o Perls? Perché c’era solo un Milton Erickson ?

Se quindi disponiamo delle stesse informazioni, perché solo alcuni vincono e arrivano in cima, mentre altri con le stesse informazioni no ?
Che cosa scatta nel cervello delle persone che decidono di essere vincenti, e non scatta negli altri ? Perché non tutti ci riescono?

Grindler e Bandler estesero i loro studi ad altre persone di successo e si chiesero che cosa distingue tali persone dalla massa ? Quali solo le loro abitudini, il loro modo di agire e pensare?

Scoprirono che i vincenti facevano cose inconsce, di cui non erano consapevoli.

Basandosi su tale scoperta svilupparono la loro teoria e iniziarono a presentarla e a registrarla, chiamandola “Programmazione Neurolinguistica”.

Cosi’ nacque la Programmazione Neurolinguistica, “ un insieme di tecniche efficaci volte a produrre nelle persone cambiamenti permanenti e a breve termine”, in cui l’essere umano è quello che è a causa di ciò che crede inconsciamente e non di ciò che sa consciamente.

In sintesi e per concludere possiamo definire la PNL come un punto di riferimento sistematico su cui sintonizzare il nostro cervello, che ci insegna a maneggiare i nostri stati, i nostri comportamenti e quelli degli altri.

mercoledì 20 maggio 2009

Che cosa si intende per "personalità"

L’ esplorazione, mediante l’aiuto della psicologia e dei suoi molteplici strumenti conoscitivi, della personalità di un uomo, di una donna o di un bambino è davvero affascinante.

Vediamo allora di fare il punto, nel modo piu’ semplice possibile , su cosa intendiamo con questo termine. Benché si tratti di un termine di uso comune, la psicologia se ne serve con prudenza, e ce ne offre anzi diverse e persino opposte interpretazioni, secondo le epoche e le scuole che l’hanno affrontata.

Per prima cosa va detto che, al di là delle definizioni, la nozione scientifica di personalità programmaticamente ad una visione unitaria dei processi psichici, tende cioè a non considerare separatamente le diverse funzioni della mente, quali la memoria o l’affettività o la volontà, bensi’ a comprenderle tutte insieme. Chi parla di personalità ritiene insomma che tali funzioni siano un tutto armonico e integrato, regolato da dinamiche tali che la piu’ lieve modifica di una delle funzioni non può non interessare tutte le altre.

Rispetto all’uso comune del termine non c’è, in fondo, gran differenza, almeno a questo livello: quando diciamo di qualcuno che “ha personalità”, non intendiamo forse riferirci a qualcosa di complessivo, che va al di là dell’apprezzamento di questa o quella dote particolare? E’ stato giustamente rilevato che l’uso comune allude a una sorta di “abilità o accortezza sociale”, una capacità di suscitare nella gente una certa impressione, e al tempo stesso di reagire positivamente e costruttivamente ai diversi stimoli che vengono dalla realtà esterna.

Ebbene, c’è del vero in questo senso comune, in questo uso intuitivo del termine che la gente pratica senza rifletterci gran che: perché la concezione della personalità piu’ generalizzabile è in definitiva quella che tende a definirla come una “super-funzione”, una funzione della mente che è preposta al coordinamento e all’organizzazione di tutte le funzioni principali e secondarie, in modo tale da ottimizzare l’adattamento alla realtà esterna (che poi, nella nostra civiltà, è una realtà fondamentalmente sociale).

Diciamo dunque, a conclusione di questa brevissima esposizione, che i vari tests sulla personalità, quali il test dello scarabocchio, il test del disegno della famiglia, il test dell’albero, il test dei colori, il test delle favole, il test dell’omino e molti altri hanno lo scopo di dare un quadro orientativo di tutte le funzioni che costituiscono la vita mentale del soggetto, ma non prese isolatamente, bensi’ considerate nella loro risultante, nel loro insieme organizzato: la personalità, appunto. Del resto, servirebbe a ben poco sapere, in modo frammentato e parziale – anche se magari scientificamente inappuntabile – che il tal soggetto ha un certo quoziente di memoria, di aggressività, di abilità manuale e cosi’ via.

Sono queste valutazioni di cui solo gli specialisti sanno cosa fare: per tutti noi invece è bene considerare l’essere umano una persona a tutti gli effetti, della quale non si devono misurare le sole capacità, ma comprenderne profondamente, incoraggiarne e sostenerne il delicato e affascinante sviluppo sin dalla piu’ tenera età.

martedì 19 maggio 2009

Introduzione alla grafologia

Storicamente la grafologia nasce in Francia nel 1830, grazie all’opera dell’abate Michon, che per primo elabora un vero e proprio metodo grafologico nell’opera “Système de graphologie” e, successivamente, viene perfezionato dal lavoro di un suo allievo, J. Crépieux –Jamin (1859-1940), che ne classifica la scrittura e i suoi segni grafici in maniera rigorosa e scientifica.

In Germania, lo psicologo e filosofo nonché grafologo Ludwig Klages (1873-1956) introduce nella grafologia concetti filosofici e metafisici.

In Svizzera il caposcuola è lo psicologo Max Pulver (1889-1952) che per primo utilizza la psicanalisi junghiana nella grafologia ed afferma che, nell’atto dello scrivere, la mano risponde ad impulsi che partono dalla corteccia cerebrale e vengono fissati in un campo grafico rappresentato dal foglio.

In Italia, a parte i tentativi di C. Lombroso, molto si deve all’opera di Padre Girolamo Moretti (1879-1963), autentico caposcuola della grafologia italiana, che dà al suo lavoro un’impostazione centrata sul concetto dell’unicità, rielaborando una personale interpretazione dei segni grafici.

Verso la fine degli anni trenta Marco Marchesan (1899-1991) propone un sistema denominato “Psicologia della Scrittura”, individuando 226 segni e 3500 tendenze relative a tali segni.

Nel tempo la grafologia si diffonde nel mondo.

L’oggetto fondamentale della scrittura deve essere la devianza dal modello calligrafico, nel senso che tutti imparano a scrivere secondo un modello simile, nessuna scrittura, però, è uguale ad un’altra. Oltre a ciò è necessario associare un carattere grafico ad un particolare tratto della personalità, comprendendo i simboli che usa l’inconscio: ad esempio , il foglio rappresenta l’ambiente e cosi’ via.

La scrittura è, dunque, un gesto grafico in armonia con tutta la personalità ed è proprio attraverso tale studio che comprendiamo il linguaggio, la creatività , il comportamento e l’interiorità piu’ profonda di ogni essere umano.

Il vasto panorama delle psicoterapie

Il panorama è assai vasto ed ampio: ben piu’ di 500 diversi tipi di psicoterapia e decine di scuole di psichiatria e al loro interno i vari approcci che ne declamano la “verità scientifica” di ognuna.

Ora, come scegliere la terapia piu’ giusta, senza correre il rischio di perdersi in una tale foresta di alternative di cura?

La valutazione dell’ efficacia e dell’ efficienza di un determinato approccio terapeutico presenta una certa difficoltà, sia a livello metodologico ed etico che a livello di verifica dei risultati finali di efficacia dei vari trattamenti. Nonostante ciò, negli ultimi trent’anni, c’è stata un’ evoluzione degli studi di ricerca applicata all’efficacia dei vari interventi psicoterapeutici.

Efficacia

Anche se estremamente controverso e di non facile definizione , tale concetto si riferisce ad una distinzione dei disturbi presentati all’inizio della cura; ad un non presentarsi degli stessi disturbi a distanza di mesi e di anni alla fine del trattamento; ad un miglioramento delle competenze sociali della persona; ad un incremento della soddisfazione sessuale e relazionale del paziente; ad un incremento delle sue capacità di performance professionali e interpersonali.

Spesso trattamenti farmacologici su ansie e fobie possono garantire un’efficacia sul momento, ma non possono essere ritenuti un intervento risolutivo, in quanto si prevede che la persona ricorra all’assunzione del farmaco in caso di ogni attacco.

Anche il caso della psicanalisi che dura molti anni non può essere annoverato tra i criteri di massima efficacia in quanto essa implica un massiccio rapporto di dipendenza da un’altra persona, cioè dallo psicanalista.

Efficienza

Altro concetto estremamente importante è quello del problema dell’efficienza della terapia.
Per efficienza si intende il rapporto positivo tra costi e benefici, ossia se il rapporto tra i costi sostenuti dal paziente sia vantaggioso rispetto ai benefici ricevuti dall’intervento. Tale aspetto viene sempre piu’ studiato a differenza di un tempo, in quanto è molto importante valutare concretamente il tempo impiegato per produrre dei miglioramenti nelle diverse terapie, prendendo in esame l’esistenza di possibili rischi e danni in rapporto ai benefici prodotti.

La ricerca valutativa sull’ efficacia e l’efficienza delle diverse forme di psicoterapia ha una storia piuttosto lunga e tormentata anche se i tempi attuali sono molto cambiati . Oggi la ricerca si è molto evoluta seguendo le linee di quella che è la ricerca scientifica in psicologia.

Tuttavia il termine psicoterapia può apparire un termine abbastanza ambiguo, in quanto esso racchiude un’ampia gamma di attività e di interventi diametralmente opposti.

Analizzando le impostazioni teoriche di fondo e le pratiche cliniche usuali, si nota che le psicoterapie attualmente disponibili si possono raggruppare in grandi aree teoriche-applicative: gli interventi che si riferiscono al modello teorico psicanalitico; gli interventi che si riferiscono al modello comportamentista; gli interventi che si riferiscono al modello rogersiano; gli interventi che si riferiscono al modelli relazionali sistemici; gli interventi che si riferiscono al modello cognitivista; gli interventi che si riferiscono a un modello sistemico-strategico e di terapia breve- strategica.

Psicoterapia di orientamento psicoanalitico

Si tratta di forme di terapia che si basano sulle teorie e la prassi psicanalitica, partendo da quelle freudiane e junghiane per arrivare a quelle che fanno capo a grandi maestri quali Reich, Adler, Klein.
La cura è un processo di scavo nell’inconscio del paziente alla ricerca di cause, frutto di traumi del passato, che avviene all’interno della relazione tra psicanalista (transfert) e paziente.
Le tecniche fondamentali si basano sull’interpretazione da parte dello psicanalista delle fantasie, associazioni mentali e sogni del paziente.
Il processo di solito si prolunga nel tempo, con piu’ incontri settimanali, che durano talvolta anni e che si svolgono con il paziente steso sul lettino. La teoria stessa impone che il cambiamento debba essere qualcosa che avviene nell’inconscio e poi nella via del paziente.

Comportamentismo e terapie comportamentali

Questo approccio si basa sull’idea fondamentale che i disturbi di una persona dipendono da apprendimenti disfunzionali, in cui l’ambiente e le caratteristiche comportamentali sono la matrice fondamentale dei disturbi psichici.
Tale terapia si basa su un intervento attivo del terapeuta basato a sua volta sul ruolo di guida pedagogica affinché il paziente affronti in maniera diversa, a livello comportamentale, le situazioni fino ad allora vissute come difficili.

Terapie familiari

Esse partono dal presupposto che il disturbo del paziente sia il frutto di un malfunzionamento dell’intero sistema familiare. La terapia si svolge coinvolgendo l’intera famiglia e mettendo in atto varie forme di manovre terapeutiche adeguate alla diverse situazioni.

Terapie rogersiane

Sulla base delle teorie di Carl Rogers (1970), tale approccio parte dal presupposto di condurre il paziente a ridefinire il proprio modo di percepirsi e di agire. Il terapeuta si limita ad avere una funzione di specchio del paziente stesso, riproponendo al paziente ciò che egli afferma sotto altra forma.

Psicoterapia cognitiva

Questo tipo di approccio nasce dalla sintesi dell’ esperienza comportamentista con gli studi di psicologia cognitiva e alle modalità di strutturazione della personalità (Guidano,Reda, Bawlby).
La caratteristica di fondo è la cura attraverso una graduale ridefinizione cognitiva delle esperienze vissute dal paziente e del suo modo di rielaborare la realtà. Si usano tecniche quali i semplici confronti cognitivi , ridefinizioni e ristrutturazioni cognitive o prescrizioni comportamentali.


L’ultima generazione di psicoterapie sono le psicoterapie brevi, che si dividono al loro interno in :

Psicoterapie brevi-analitiche

Esse si rifanno ai concetti psicanalitici di fondo e vengono dichiarate come interventi di crisi, cioè servono a tamponare la crisi del momento e aprono la porta ad una successivo percorso di psicanalisi in senso classico.

Psicoterapie brevi-strategiche

Si tratta di un modello emergente negli ultimi trent’anni e che deriva da filoni sistemici della terapia familiare (Scuola di Palo Alto) e dagli studi relativi all’ipnosi e alla suggestione (Milton, Erickson). Tale approccio si basa sull’assunzione del fatto che i disturbi psichici derivino dalle modalità percettive, cognitive ed emotive che il soggetto ha nei confronti della realtà.
Obiettivo di tale terapia è il cambiamento delle prospettive percepite del paziente, con conseguente cambiamento delle sue modalità reattive e comportamentali. Si rompe quindi un circolo vizioso di retroazioni che fa persistere la situazione problematica.
L’intervento è di tipo attivo e prescrittivo: prescrizioni dirette, indirette e paradossali, ristrutturazioni, utilizzo di comunicazione suggestiva;


mercoledì 13 maggio 2009

La scrittura, un test e un messaggio per tutti

Scrivere è inviare un messaggio ad un’altra persona e affinché ciò avvenga è necessario che la persona stessa che riceve il messaggio lo comprenda e lo decodifichi. La relativa decodifica la si apprende poi nei banchi di scuola quando si apprende a leggere e a scrivere. Tale lettura non è comunque sufficiente o comunque risulta essere assai superficiale, poiché è necessario capire il significato simbolico dei segni usati dalla persona che l’ha scritto.

Le forme della scrittura rappresentano la nostra personalità
La codifica della forma delle lettere e della composizione delle parole secondo determinate norme ci permette di comporre un qualunque messaggio, ma il pensiero e l’interpretazione che ne traiamo leggendo tale messaggio, varia da persona a persona. Tali pensieri provano che ci sono forme che adottiamo che rappresentano per noi un secondo linguaggio e che non è traducibile per mezzo della parola del messaggio.
L’espressione delle parole è chiara e inequivocabile se si considera un oggetto o un disegno, ad esempio una spiaggia, un albero o un fiore, anche se nessuno farà la stessa composizione poiché ognuno li avrà visti a modo suo, cioè sarà rappresentativo dell’unicità della personalità dell’autore.
Allo stesso modo, la scrittura che noi tracciamo è la parte simbolica del nostro messaggio agli altri, è dunque il riflesso di noi stessi.

La grafologia interpreta il grafismo della scrittura
La grafologia ricerca le chiavi di questa espressione, in altre parole ne sottolinea il significato psicologico del gesto grafico, cioè dal tracciato scrittorio si risale alle componenti psicologiche della personalità di colui che ha scritto.

La scrittura rivela la personalità
Nel linguaggio corrente si afferma spesso che una persona ha “personalità”, intendendo dire che tale persona ha carattere e capacità di affermarsi. Tuttavia non tutti possono vantarsi di “possedere della personalità” ma ogni individuo ha senza alcun dubbio una propria personalità.
La personalità è dunque l’individuo nella sua totalità, con il suo temperamento, con la l’intelligenza e l’insieme delle sue esperienze vissute che emergono in ogni istante e che si fondono con la realtà esistente: un individuo in evoluzione.
Lo studio della scrittura e dei saggi dei vari periodi, ripartiti nel tempo, permette di esporre l’evoluzione dello scrivente.

Il gesto grafico corrisponde al temperamento
In un grafismo l’analisi del gesto grafico negli elementi che lo costituiscono permette di scoprire le caratteristiche temperamentali dell’individuo.

Il movimento della scrittura corrisponde alla relazione con gli altri
Lo studio del movimento scrittorio corrisponde al modo in cui il soggetto trasmette agli altri il suo messaggio, sia a livello sociale che affettivo.

LO STUDIO GRAFOLOGICO
Il buon esito di un’analisi risiede nella corretta interpretazione grafologica e psicologica degli elementi concreti di un scrittura.
Il documento grafologico da analizzare, non meno di una pagina, deve essere autentico e spontaneo, cioè scritto con la spontaneità e semplicità propria del soggetto scrivente, la cui presenza non è necessaria al momento dell’analisi.
I limiti della grafologia dipendono in primis dalla competenza del grafologo. Altri limiti possono essere circostanze speciali in cui il documento viene scritto ad esempio un treno in marcia o stesi a letto, oppure in un particolare stato emozionale.

Il LAVORO DEL GRAFOLOGO
Il lavoro del grafologo è molto impegnativo perché egli deve capire la personalità dello scrivente, acquisire un’attitudine e un modo di pensare simili a quella di uno psicologo, senza giudicare e nella massima obiettività.
Innanzitutto si procede con lo studio del documento grafico ed in seguito se ne sintetizza la personalità.
Lo studio della grafia è l’esame di tutte le caratteristiche della scrittura, le si classifica in base al loro significato, della loro importanza, della loro frequenza ed intensità.

Il lavoro di sintesi è senza alcun dubbio il piu’ delicato, perché l’interpretazione di ogni singolo segno dovrà fondersi con tutta l’interpretazione dell’ intero contesto grafico.

I principali strumenti di lavoro di cui un grafologo si avvale sono i testi di grafologia, di psicologia, oltre ad un doppio decimetro , una lente di ingrandimento e cosi’ via.

martedì 12 maggio 2009

La scrittura come proiezione della personalità

Il potere identificatorio delle parole, dei numeri e soprattutto della firma è universalmente riconosciuto da tutte le legislazioni, con ciò in sintesi viene riconosciuta la personalizzazione della scrittura. Ogni individuo ha quindi un proprio carattere, un proprio modo di essere, di comportarsi, di reagire ed è per questo che le differenze tra una scrittura e l’altra sono certamente simboli di differenza tra una persona ed l’altra.

L’uomo ha creato la scrittura come strumento di fissazione del proprio pensiero, imprimendovi spontaneamente una risposta psicologica, secondo le proprie leggi.
La scrittura è dunque un test del tutto involontario, spontaneo e naturale e ne evidenzia il carattere individuale, lo stile unico, personale e irripetibile di ogni persona.

La scrittura, anche quella dissimulata e/o contraffatta contiene sempre determinati segni grafici distintivi, cioè le connotazioni proprie di uno scrivente, cosi’ come lo sono la mimica, le impronte digitali, il modo di camminare, di gestire , di atteggiarsi.
Basti solo pensare al fatto che tutti impariamo a scrivere secondo un modello calligrafico piu’ o meno simile, ma poi nessuno scrive in modo uguale all’altro; questo avviene perché, nel riprodurre il modello che ci è stato insegnato a scuola, prima in maniera consapevole, poi automaticamente, ognuno dà una interpretazione personalissima del segno grafico e della sua collocazione nello spazio-foglio.

Le differenze stilistiche della scrittura sono già evidenti nel bambino di prima elementare. Si potrebbe inoltre aggiungere che ognuno di noi è in grado di riconoscere la propria scrittura e quella delle persone che conosce anche a distanza di tempo.
Proprio per questo si può avere un quadro completo della personalità dello scrivente, delle sue condizioni psiconervose, del suo stato mentale e fisico.

Sono individuabili i fattori intellettivi, le cause che inibiscono o limitano le realizzazioni della proprie possibilità, il funzionamento degli automatismi, dei processi mentali , della memoria, dell’attenzione e della concentrazione.

Attraverso l’analisi della scrittura si raccolgono dati riguardanti la vita affettiva, sessuale, i principi etici e morali; si scoprono gli atteggiamenti dell’Io verso se stesso e verso glia altri, l’ambiente, le tendenze che determinano i comportamenti di adattamento, di difesa, di paura , di aggressività.

La scrittura è pure proiezione dei vari conflitti, delle devianze, dell’equilibrio interiore; è inoltre possibile risalire all’ambiente familiare, ai metodi educativi che hanno generato le tendenze e i complessi disturbanti l’armonia e lo sviluppo naturale.

Campi di applicazione

L’analisi della scrittura viene adottata come test proiettivo in vari settori della vita sociale:

- ANALISI DI PERSONALITA’ : per una maggiore autoconoscenza, al fine di individuare capacità, necessità, interessi, per arrivare ad una maggiore autoconsapevolezza, per migliorare le proprie prestazioni e istaurare rapporti interpersonali soddisfacenti.

- COMPATIBILITA’ DI COPPIA : per la scelta del partner, con lo scopo di individuare le affinità e/o le compatibilità.

- ORIENTAMENTO PROFESSIONALE : per la scelta degli studi e della professione, al fine di evidenziare predisposizioni per favorire lo sviluppo delle proprie potenzialità, della realizzazione personale e dell’inserimento nel mondo del lavoro e della scuola.

- ASSUNZIONE DEL PERSONALE : per la valutazione delle posizioni di lavoro piu’ confacenti.

- CONOSCENZA PSICOLOGICA DEI RAGAZZI: nella scuola e in famiglia, per indagare le possibili cause di difficoltà e di disagio.

- IN CAMPO PERITALE E GIUDIZIARIO: per verificare l’autenticità di testamenti, scritti, firme o scoprire l’ autore di lettere anonime.

- NEL CAMPO DELLA PSICOTERAPIA E PSICOPATOLOGIA: come strumento psicodiagnostico.

venerdì 8 maggio 2009

Sindromi abbandoniche: alcuni segni grafici

L’analisi della scrittura all’inizio di una psicoterapia può fornire al terapeuta preziose indicazioni sul carattere, sui problemi, sul comportamento di un paziente, essendo un valido mezzo di approfondimento, che permette di portare alla luce delle problematiche di base che tarderebbero a emergere.

Ciò permettere al soggetto di risolvere piu’ velocemente tali problematiche e lavorare in maniera più mirata alla loro risoluzione.. L’analisi della scrittura infatti focalizza subito i problemi inerenti al paziente, evitando perdite di tempo e andando subito al nocciolo della questione.

Al paziente non interessa avere una perfetta diagnosi clinica che forse neppure capirebbe, essendo talvolta assai specialistica, quello che a lui importa è capire ciò che lo angoscia, lo tormenta, lo fa star male e di conseguenza sentire che le sue sofferenze sono riportate nell’ambito di esperienze umane comprensibili e analizzabili nella loro genesi e nei loro significati.

Senza dubbio, tra gli altri e tanti approcci, importante è evidenziare eventuali carenze affettive precoci che possono aver negativamente influenzato lo sviluppo-affettivo della personalità del soggetto, provocando tendenza alla depressione, ansia e sfiducia esistenziale.

Nell’individuazione di questi vissuti esistenziali prendiamo in esame soprattutto i segni SLEGATA, MOTO IMPERIOSO OCCULTO, ARCUATA, OCCHIELLI A RUOTA E/O DOPPI, CONTORTA.

Oltre ad indicare i contenuti psichici delle rispettive costellazioni psichiche, tali segni sono rivelatori di passate situazioni di disagio che si riflettono pure nel presente.

Il segno SLEGATA indica una situazione di grave situazione affettiva precoce dovuta o a mancanza di affetto o di sollecitudine da parte dei genitori o delle persone significative, o anche a episodi traumatici avvenuti nella primissima infanzia, come ad esempio ospedalizzazioni o ad un allontanamento dai genitori vissuto come violenza, e talvolta rinforzato da altri avvenimenti contingenti, ad esempio atteggiamenti troppo severi da parte di insegnanti o adulti autorevoli, delusioni da parte di coetanei e cosi’ via.

La scrittura SLEGATA rivela una profonda sfiducia esistenziale, un bisogno inappagato e incolmabile di affetto, un atteggiamento sostanzialmente egoistico, centrato piu’ nel prendere che nel dare per compensare le privazioni subite, un’insoddisfazione costante e l’incapacità di apprezzare fino in fondo quanto si riceve perché appare sempre non proporzionato ai propri bisogni.

Se poi il segno SLEGATA si accompagna, come spesso succede al segno DISCENDENTE, la sfiducia esistenziale e il pessimismo ne risultano molto accentuati. In definitiva il soggetto ha poca fiducia nelle proprie capacità e possibilità di cambiare e quindi negli altri.

Se la scrittura slegata è segno di sfiducia generalizzata e di endemica tendenza alla depressione, il MOTO IMPERIOSO OCCULTO definisce una situazione piu’ precisa e circoscritta di disagio, che si esprime in possessività nei confronti delle persone piu’ significative, per timore di perdere il loro affetto.


La depressione è quindi legata alla paura dell’abbandono affettivo, la cui sola possibilità provoca un’angoscia incontenibile, che rinnova la paura sperimentata nell’infanzia di perdere l’amore dei genitori.

La possessività può risultare piu’ o meno evidente dal comportamento poiché può essere piu’ o meno controllata; quella che non può essere dominata è invece l’angoscia di separazione, con i sensi di disperazione e di annientamento che porta in sé.

La SCRITTURA ARCUATA, gli OCCHIELLI A RUOTA e gli OCCHIELLI DOPPI indicano una precoce necessità di nascondere i propri sentimenti, una cautela ed un allarme eccessivi di fronte alle possibili reazioni degli altri, che denotano una mancanza di spontaneità dovuta al timore di vedere accolti negativamente i propri comportamenti.

E’ un segno che indica una situazione affettiva meno dolorosa dei precedenti, probabilmente perché corrisponde a situazioni di disagio posteriori nel tempo rispetto a quelle messe in luce dai segni visti precedentemente e quindi piu’ razionalizzabili, ma che comunque rimanda a carenze affettive, sia pure meno gravi.

La SCRITTURA CONTORTA indica un’ansia sempre viva, un bisogno di sicurezza che non è mai soddisfatto, timore, scetticismo e sfiducia di fronte a progetti di cambiamento di situazioni anche insoddisfacenti, perché al peggio non c’è limite.

L’ ipotesi di Marco Marchesan che quest’ansia di fondo sia dovuta a sofferenza neonatale ha senza dubbio dei fondamenti. Si potrebbe affermare che il segno CONTORTA ha anche origine da stati ansiosi della madre riguardante l’esito della propria gravidanza o del parto e/o dalle reali difficoltà che si sono presentate al momento del parto.








giovedì 7 maggio 2009

L' espressività del taglio "t"

Il taglio t nell’età puberale


Il taglio delle t rivela la focosità aggressiva dello scrivente come pure il senso della collocazione della propria persona nell’ambiente.

Si tratta di tratti caratteriologici che assumono il loro aspetto quasi definitivo nella preadolescenza e nell’adolescenza, quando il soggetto, superata la fase di adattamento delle elementari, e proiettato nell’insegnamento delle medie, esamina criticamente quanto gli è stato insegnato secondo i propri criteri.
Tale operazione automatica ed istintiva si verifica in un lasso di tempo di alcuni mesi. Il ragazzo procede facendo proprio il tracciamento di alcune lettere, specialmente le maiuscole e operando inconsciamente scelte di gusti, che andranno cosi’ ad evidenziare aspetti del proprio carattere e della propria intelligenza.

La grafia delle lettere obbedisce invece a criteri pratici e consapevoli di scelta personale. Il ragazzo dunque, avendo già acquisito una certa maturità, ha bisogno di stabilizzare il senso del proprio io per realizzare un rapporto giusto ed equilibrato con l’ambiente che lo circonda, quindi “solidificarsi” nel proprio ambiente.

I tagli delle t, essendo linee orizzontali, sono simbolicamente l’ espressione sia del proprio valore intellettuale che dei propri mezzi aggressivi che gli serviranno, da un lato per affermare i propri valori intellettuali nella propria realtà e dall’altro, per imprimere o al caso imporre con una certa forza la propria volontà.
Non è detto che tali capacità siano sempre inversamente proporzionali l’una all’altra. Può accadere ad esempio che il senso di positività del proprio valore e la propria capacità di pressione sull’ambiente siano presenti in soggetti non dotati di grande profondità o comunque di valori positivi.
E’ chiaro che l’adolescente provi una certa difficoltà ad imporsi nella propria realtà e quindi si senta impacciato nel tirar fuori “le unghie” ed affermare la propria aggressività. Ne deriva, per un processo naturale, che all’inizio i tagli t non avranno la loro massima espansione ma saranno comunque espressione di un valore interiore.

L’ espressività del taglio t è multiforme e dalle mille combinazioni.

Il taglio delle t può essere di equal spessore delle aste della scrittura in generale, o piu’ sottile, può essere posto in alto, in basso, dietro l’asta o davanti l’asta, in forma dinamica o lenta, può avere un avviamento iniziale ad uncino o terminare con un uncino verso il basso o verso l’alto, può essere arretrato, ascendente, discendente, sopraelevato o basso, può combinare il collegamento con la base dell’asta, può formare un’asola dietro l’asta e cosi’ via, fino ad arrivare a forme imprevedibili.

Vediamo ora alcuni dei vari significati del taglio t.

Il taglio t prolungato in avanti testimonia che il soggetto è dotato di focosità aggressiva, se oltre a ciò è uncinato verso il basso è proiezione di un’interruzione dello sfogo aggressivo e di occultamento del pensiero non manifesto,appunto per interruzione.

Il taglio t avanzato,curvo in alto e premuto è proiezione di un’ autoesaltazione a mano a mano che lo sfogo viene espletato.

Il taglio t avanzato ma sottile è indice di una focosità aggressiva espressa con una bassa intensità di voce, come se fosse affievolita da un qualche timore in atto.
A questo proposito vale la pena sottolineare che il taglio della t di spessore molto sottile in contrasto con la grossezza dell’asta è senza dubbio l’effetto di impaurimenti impressi al soggetto durante l’età evolutiva, per una pressione troppo marcata da parte dell’ambiente e/o da parte degli educatori a lui piu’ vicini.

Nel taglio t discendente e assottigliato è proiettata la paura e il bisogno di schermarsi dietro qualcosa mentre l’assottigliamento è l’ incapacità di dar adito alla focosità ancor prima di venire proferita e ciò per paura della persona a cui ci si rivolge; in ciò subentra uno stato depressivo e di frustrazione del soggetto stesso per il mancato espletamento della focosità stessa. Si potrà quindi dire che l’assottigliamento prova l’intimidazione anche un po’ angosciosa prodotta nello scrivente dalla pressione dell’ambiente su di lui.

Il taglio t con avviamento ad uncino o per meglio dire che inizia con un uncino rivolto verso il basso proietta la tendenza a cominciare la manifestazione focosa aggressiva con un abbozzo di difesa; se l’uncino iniziale è rivolto verso l’alto si ha già la tendenza a esprimere immediatamente la propria focosità.

Se il taglio della t è collocato con precisione al centro dell’ asta si ha una manifestazione di collera che è focosa se il taglio è lungo e pacata, timorosa ma pignolesca se è corto oppure tracciato con un semplice puntino.

Nel caso di doppie t, il collocamento di un taglio per ciascuna delle due aste è prova di intimidazione e di esigenze di rispetto di regole formali imposte al soggetto e piu’ o meno accettate dallo stresso.

Ecco in sintesi solo alcuni dei molti criteri per l’interpretazione del taglio t, ai fini della ricerca di cause traumatizzanti o stressanti operanti nei vari soggetti in età adolescenziale.







mercoledì 6 maggio 2009

L' aggressività nella scrittura

L’ aggressività è una pulsione, un istinto che fa parte della natura, quindi comune a tutti. Questa spinta interiore altro non è se non l’istinto di conservazione, l’istinto piu’ forte di cui la natura ci ha provvisti.

E’ Melanie Klein che fa risalire addirittura alla prima infanzia la comparsa di questa pulsione; la tendenza all’aggressività compare addirittura nei primi mesi di vita del bambino: la sua prima esperienza è quella del seno materno che è buono quando gli offre il latte ed è cattivo quando glielo nega, e allora l’aggressione prende la forma del mordere.

Alfred Adler formulò la teoria della “volontà di potenza” come tendenza aggressiva di auto protezione che nasce dal sentimento di inferiorità provato dal bambino quando viene a contatto con sensazioni negative di disagio, di umiliazione, di orgoglio ferito. In realtà il solo confrontarsi con il mondo degli adulti fa sentire il bambino piu’ piccolo , piu’ debole e ciò provoca reazioni immediate che vengono compensate con i meccanismi di difesa, attraverso i quali affermerà se stesso e la propria realizzazione.

Evidentemente se mancasse all’uomo la tendenza aggressiva, gli mancherebbe la capacità di difesa nella lotta per superare le difficoltà e gli ostacoli che la vita costantemente costringe ad affrontare.
Tale impulso vitale opera diversamente a seconda del temperamento individuale ed è esso stesso, con tutte le sue componenti, a rivelare quanto un soggetto ne possa essere preda per debolezza o sappia controllarla con la propria forza di volontà o senso morale.

L’aggressività è dunque ardore, attivismo, combattività , lotta per la vita se canalizzata bene e nella giusta direzione; se repressa o mal gestita può provocare nevrosi, depressioni, disturbi psicosomatici e quindi “distruzione”.
Tali osservazioni di carattere psicologico ne confermano il valore sia positivo che negativo dell’aggressività.

Ogni sistema grafologico comprende indici grafici che si riferiscono a tale istinto.
In realtà la tendenza aggressiva si mescola talmente con le altre qualità psicologiche, che anche quando essa è molto accentuata, l’interpretazione può non essere facile.

Un’aggressività che non dà ombra di dubbio è data certamente da una FORTE ANGOLOSITA’, una FORTE PENDENZA , un RITMO SERRATO e INCALZANTE, delle ASTE GROSSE. Pensiamo alla scrittura di Hitler, esempio massimo di un’aggressività lucida e priva di esitazioni.

Altre manifestazioni di aggressività possono essere la PRESSIONE VARIABILE, un CALIBRO ESAGERATO DELLA SCRITTURA IN SENSO VERTICALE, degli OCCHIELLI ACUTI, la STRETTEZZA DELLE TRIPLICI LARGHEZZE, una REGOLARITA’ ESASPERATA, ERETTA: quindi un’esagerato senso dell’Io, angoli appuntiti e vivi, estrema rigidità.

Nonostante esistano combinazioni di segni che indicano inequivocabilmente la presenza della tendenza all’aggressività come sopra menzionato, non si possono tuttavia stabilire schemi fissi e definitivi, perché il temperamento individuale dell’uomo si sottrae ad ogni schema prefissato ed ancora piu’ difficile ne è l’individuazione dell’istinto di aggressività in soggetti in cui cultura, educazione e sensibilità hanno permesso di tenere sotto controllo tale istanza e di indirizzarla in senso positivo. E’ quindi impossibile sistematizzare le infinite combinazioni in cui tali segni compaiono: si tenga inoltre presente che l’istinto aggressivo è talvolta ben mascherato nella scrittura cosi’ come in tutto il comportamento.

Talvolta l’istinto aggressivo, un CALIBRO ALTO con forte tendenza autoritaria INTOZZATA I°, ACUTA, TAGLI T LUNGHI E SOPRAELEVATI, è tenuto a freno dall’autocontrollo o da un desiderio ambizioso di dare un’immagine di sé positiva ACCURATA .
In altre scritture il segno dell’aggressività puo’ essere rappresentato da SLANCIATA, (accentua SPAVALDA) indice di un’impulsività non ben gestita, sia a livello verbale che fisico.

Senza dubbio talvolta cultura ed educazione convogliano l’impulso aggressivo verso l’ironia, il senso critico, la sagacia come si può ben vedere da una determinata PRESSIONE, dal CALIBRO, dalle ANGOLOSITA’, da una certa INCLINAZIONE DEL RIGO.

Ci sono quindi modi diversi di gestione dell’istinto aggressivo che è estremamente e assolutamente variabile e individuabili solo all’interno di un determinato contesto grafico di una determinata scrittura.